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Il tempo libero è più
prezioso del denaro
di UMBERTO GALIMBERTI
RICERCHE americane e italiane hanno rilevato
che, da dieci anni a questa parte, tra quanti lavorano, c'è
la tendenza a mettere al primo posto, tra le richieste, non
più il denaro o i benefit di varia natura, ma il tempo
libero, quasi si fossero resi conto che se è vero che
per vivere occorre lavorare, non è più vita
quella totalmente assorbita dal lavoro.
In
pratica si sono stancati di affidare i propri figli alle baby-sitter,
i propri vecchi alle badanti, la cura della casa alle colf,
le feste dei bambini alle agenzie che si incaricano, perché
non hanno più tempo, e quindi sono costretti a delegare
al mercato dei servizi la propria vita relazionale, quando
non addirittura la propria vita intima, di cui si sentono
deprivati dagli orari di lavoro o dall'impiego di entrambi
i componenti la coppia genitoriale, perché altrimenti,
senza due stipendi, non si arriva alla fine del mese.
Nelle società come le nostre, dove il
denaro è diventato l'unico generatore simbolico di
tutti i valori, si è pensato, negli anni '80 e '90,
che potendo pagare, e quindi lavorando tutto il tempo per
poterselo permettere, ciascuno potesse meglio realizzare se
stesso e, soprattutto in ambito femminile, realizzare la propria
indipendenza. Di qui la scelta degli asili non in base ai
criteri educativi, ma esclusivamente in base al tempo in cui
intrattengono i bambini, l'affido degli adolescenti alle scuole,
preferibilmente quelle private, dove i risultati si crede
siano più garantiti, i disagi giovanili affidati agli
psicologi perché i tempi di comunicazione nell'ambito
familiare, quando non sono ridotti, sono del tutto assenti.
Non parliamo poi della relazione emotiva, sentimentale
e sessuale tra i coniugi che, soffrendo per la mancanza di
tempo, diventa svogliata, disinteressata e non compensata
dai regali di compleanno, dall'offerta di cene annoiate al
ristorante, o da una settimana di vacanze in paesi esotici
comprata in un'agenzia di viaggio.
Oggi questo stakanovismo nel lavoro per procurarsi
denaro con cui realizzare la propria indipendenza sta svelando
il rovescio della sua medaglia, che è poi la perdita
della propria vita emotiva, per cui tutto diventa indifferente
e nulla più stimolante. Neppure il weekend, perché
non si può negli ultimi due giorni della settimana
recuperare un mondo relazionale trascurato negli altri cinque
giorni dove, da mane a sera, sia reperita la propria identità
nella propria funzione nell'apparato, che ci prevede produttori
di denaro nei giorni feriali per il suo consumo in quel di
festivi.
Lo spostamento dell'auto-realizzazione nel
mondo del lavoro con conseguente de-realizzazione nel mondo
della famiglia e più in generale degli affetti ha fatto
crollare anche l'ideologia del "tempo-qualità",
che poi non è altro che il modo con cui, ingannandoci,
si chiama il tempo che si dedica agli affetti quando è
"poco", quando non si ha tempo di ascoltare i figli
se non per i risultati scolastici, quando non si ha tempo
di vedere sulla faccia del nostro compagno o compagna di vita
i segni del disagio, quando non si ha neppure il tempo di
prendere contatto con quello sconosciuto che, a furia di lavorare,
ciascuno diventa per se stesso.
In questa campagna elettorale sentiamo un gran
parlare di famiglia, ma sempre e ancora in termini di denaro
(riduzione dell'Ici sulla casa, bonus per i nuovi nati), mai
in termini di tempo. Come se il mondo emotivo, affettivo,
relazionale, sempre più sacrificato, potesse essere
compensato col denaro con cui affidare al mercato tutta la
cura che sottraiamo ai figli, agli anziani, alle relazioni
reciproche, familiari e di vicinato, cura della propria vita
emotiva, senza la quale risulta difficile distinguerci dalle
macchine industriali, informatiche, burocratiche, con cui
quotidianamente interagiamo.
Sembra che i giovani, carenti come sono stati
di cure genitoriali, di tempo a loro dedicato, di affetto
continuativo e non saltuario mescolato con ansia, siano più
sensibili al valore del tempo libero (dal lavoro) che è
poi il tempo per sé, anche se questo loro desiderio
confligge col modello produttivo, costretto a diventare turbo
- produttivo per effetto della concorrenza globale.
Eppure qui una scelta si impone, se vogliamo
evitare quell'alienazione, quella lontananza di sé
da sé, che già Marx a suo tempo denunciava,
con la sola differenza che al suo tempo avveniva per costrizione
e oggi per autocostrizione, perché ognuno tende a consegnare
la propria identità alla propria disponibilità
economica e quel riconoscimento che non viene più dallo
sguardo di un uomo, di una donna, di un figlio, ma dall'avanzamento
in carriera, che conferisce prestigio in una società
fatta più di relazioni formali che affettive.
Chiedere tempo libero e non più solo
denaro e benefit è un modo per recuperare l'umano e
non soccombere a quell'atrofia emotiva in cui uno non solo
non è più in grado di riconoscere l'altro, ma
alla fine neppure se stesso. Le nuove generazioni sembra l'abbiamo
intuito.
Se riusciranno a rivendicare tempo libero saranno
la più significativa delle rivoluzioni, perché
riconsegneranno una speranza all'uomo nell'età della
tecnica che, col suo sguardo guidato solo dalla più
fredda razionalità, fatica a distinguere un uomo da
una macchina.
(6 aprile 2006)
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